martedì 19 febbraio 2013

La barca di Leo ( racconto scritto nei primi anni ’80)- Pubblicato su "Il Quotidiano della Calabria" Domenica 24 marzo 2013, pag.20-



Leo rinforzò con degli assi di legno le finestre. Era questione di tempo, le case
non avrebbero retto a lungo alla violenza del vento. La montagna aveva
ingoiato fiumi d'acqua: poteva cedere all'improvviso.
La casa di Tano Palmeri era grande e solida, al riparo da eventuali frane.
Voleva uscire, affrontare la bufera, ma la febbre alta gli impediva di farlo.
Dalla finestra guardava alcuni uomini organizzare ricoveri di fortuna per i
pochi animali sopravvissuti. La tempesta durò dieci giorni. Sul villaggio
aleggiava un'assurda atmosfera di morte.
Le cose di tempo si potevano solo intuire. Erano stati inghiottiti anche gli stretti
sentieri che i vaticali utilizzavano per i loro trasporti. Tentò di muoversi
aiutandosi con una sedia, ma non vi riuscì. Incollò il viso alla finestra cercando
di scolpire nella mente le ultime immagini del suo mondo.
Leo Talese si era sistemato in una baracca di legno nei pressi della spiaggia.
Non amava le mura umide delle case popolari che, lentamente, le autorità
approntavano per i terranesi sconfitti dalla pioggia. Voleva stare lontano da
Guido Zena, che giocava d'astuzia, speculando sui fondi inviati dal governo.
I sogni erano rimasti tra i crinali della montagna. E il nuovo mondo era troppo
stretto per poterli contenere tutti.
Leo si era costruito una barca.
" Non pensa più alla nostra montagna!" brontolavano gli anziani. Ma la
curiosità li spingeva fino alla spiaggia per assistere al varo della piccola
imbarcazione.
E vennero gli uomini di fede, vennero per conquistare la nuova tribù,
civilizzarla.
" Osservate il Vangelo, sfuggite ai riti pagani!" tuonava Andrea Talamo.
" Non sfuggite ai valori della madre chiesa!" ribatteva Don Gervaso.
(L'accerchiamento della tribù, e la voracità dei tentacoli marini).
I terranesi non compravano i pesci di Leo. Odiavano il mare. Le grandi acque
parevano delineare per sempre la loro vita, circoscrivendola nel ventre di una
spazio breve.
Angelo Sartori fumava la pipa come un capo indiano.
Giulia Ardìno pareva più bella. L'aria marina levigava la sua giovane pelle. O
forse era l'amore per Leo a renderla più donna. S'incontravano dietro la
scogliera più grande, lontano dagli occhi maliziosi della gente.
Bardati a festa, i terranesi aspettavano l'onorevole venuto da Roma.
" E' un inganno di Guido Zena, tornate alle vostre baracche!" urlava Angelo
Sartori.
Piccolo di statura, baffetti ben curati, l'onorevole Natile concesse brevi ma
intensi sorrisi elettorali.
" Popolo civile, ben educato!" diceva a Guido Zena, tronfio a dismisura. I
terranesi fecero ritorno alle loro baracche. In silenzio.
Giulia scrutava l'orizzonte marino. La barca di Leo era divenuta un puntino
lontano. Pensava ai suoi occhi scuri, vivi come la luce del giorno, intenti a
scandagliare i fondali più riposti.
Sua Eccellenza il Prefetto aveva ricevuto Don Gervaso a malincuore. Alle
undici doveva incontrarsi con Ada, la sua amante. Sperava che l'intruso
sloggiasse prima di quell'ora. A lui poco importava della chiesa evangelica di
Terrano Nuovo.
Il ventre di Giulia, gravido. La mano di Leo si muoveva leggera sul corpo della
sua donna che, lontana dai tumulti del paese, era felice e ancora più bella.
I villeggianti dei paesi collinari costruivano le loro logge di felci sulle rive del
mare.
I terranesi li guardavano con occhio ostile. Non amavano il mare, ma ne
erano gelosi. Giulia osservava i figli dei forestieri rincorrersi sull'arenile.
Anche suo figlio avrebbe bagnato i piedi nell'acqua lasciandoli accarezzare dal
mare.
Antonio era un giovane di grande coraggio.
" E' un pazzo!" affermava chi non gradiva i suoi tuffi dal " salto della vecchia",
uno spuntone roccioso a picco sul mare alto quasi venti metri.
Ma egli si tuffava nelle acque cristalline del mare Ionio tra l'incredulità degli
adulti e l'eccitazione dei suoi coetanei che si identificano nella sua spavalderia.
La barca di Leo prendeva il largo di primo mattino. Giulia rimaneva in ansia
per tutto il tempo della pesca. Il mare le sembrava troppo grande, bastava un
niente perché la barca perisse nei suoi abissi. Ma a Leo le onde forti non
facevano paura, nemmeno durante i giorni di burrasca, d'inverno, quando era
costretto a remare fino allo sfinimento per non sbattere sugli scogli.
"Stanno demolendo la chiesa evangelica!" andavano gridando alcuni bimbi
spaventati per il gran numero di militari impegnati nello smantellamento della
piccola baracca di legno.
"Carogna, questa notte non ti lascerà dormire contento!" urlò Angelo Sartori in
direzione della finestra della camera da letto di Guido Zena che riconobbe nella
strada semibuia il vecchio Angelo e alcuni suoi amici fidati.
" A Terrano Nuovo c'è posto per una sola chiesa!" proferì sarcastico Zena.
La pietra di Andrea Crucitti si stampò sul volto di Zena con millimetrica
precisione.
"Un fucile, datemi un fucile!" urlava come impazzito Zena, ma quando lo ebbe
tra le mani di Angelo Sartori non intravide nemmeno l'ombra.
Leo era intento nella riparazione di alcune reti. Cuciva gli strappi con la stessa
abilità dei veri marinai. Giulia dormiva, invece.
La mano di Leo correva tra i fili delle reti rapidamente, con la stessa passione
che lo animava quando accarezzava il ventre gravido della sua donna.
Lo scroscio della fiumara fece sobbalzare Antonio Statera; Leo lo aveva visto
sparare ad Angelo Sartori e di certo lo avrebbe denunciato alle autorità. C'era
buio fitto, Statera sobbalzava a ogni rumore.
"Deve morire come un cane!" gli era stato ordinato. Tentò d'allontanare
l'immagine del morto e si diresse alla spiaggia.
"Un brutto affare, proprio un brutto affare!" disse Zena ai suoi.
La porta della baracca di Leo cedette sotto i colpi violenti degli uomini di
Zena. Giulia fu portata dietro alcuni cespugli non lontani dalla baracca. ( Il suo
urlo, le sue inutili grida nella notte lacerata dalla cieca violenza).
Leo, di ritorno della caserma dei carabinieri, la trovò nell'angolo più buio della
baracca. Gli occhi, pietrificati, emanavano una luce maligna. Il sangue, misto
alla sabbia, denunciava la sua vergogna. La stringe forte al petto, ma la sentì
distante e, lentamente, perdersi nel fondo ventre della follia.
"Allatta, figlio mio, allatta, che quando sarai grande darai calci a una strega
matta, lei ti vorrà punire, ma tu la farai morire”.

 

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